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Avatar di Lorenzo Rossi

Forza, tenacia e dedizione, altrimenti non si va' avanti,il tutto compatibilmente con le proprie possibilità, questo ci vuole quando si e' disabili di nascita o divenuti,ed io, per fortuna o purtroppo lo sono( semicir), e questo dico spesso quando in contesti reali o virtuali, parlo di disabilità e Zanardi ha voluto dimostrare proprio questo.

Per il resto, detesto i " mi dispiace ", ne ho ""subiti" troppi, mi hanno stancato anche perche' non risolvono nulla, bisogna andare avanti,e ormai li percepisco come formule vuote, quasi preconfezionate, messe li per trarsi d'impaccio e lavarsi la coscienza, e spesso neanche veramente sentiti, perche',banalmente, essere disabili e' dura,preferisco gli abbracci, sono piu' veri, piu'sentiti e piu' fisici, dal mio osservatorio sul mondo, da disabile la vedo cosim

Avatar di Fabrizio Gasparetto

Come dice e scrive sempre Giorgio Terruzzi ricordando il 1° maggio 1994, morte di Senna: non siamo mai pronti per la morte del “capo”. Il capo, l’eroe, il protagonista del film, non muore, non può morire. Questo rifiuto della morte giunge al parossismo con Zanardi, semplicemente perché Zanardi era già “morto” nell’incidente del 2001 e quindi, in quanto “risorto”, nessuno di noi poteva, può accettare che muoia di nuovo. S’è mai sentito parlare di seconda morte dopo la resurrezione?

Un amico regista mi raccontò della prima volta in cui conobbe Zanardi, su un set, durante la pausa pranzo. Mai visti prima. Li presentarono e subito, dopo lo scambio dei nomi e la stretta di mano, Zanardi gli disse, riferendosi al pranzo: “Vabbe’, mettiamo le gambe sotto il tavolo? Ah già, io non posso”. Un abbraccio che era anche uno schiaffo, come certe manovre in circuito. Epifenomeno del gigante che era. Che fu. Anzi no. Che è.

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