Zanardi
Una Venere di Milo.
Nessun timore di essere retorico, e probabilmente lo sarò un po’. Dobbiamo sempre fuggire dalla retorica? Ma chi se ne frega. Andiamo avanti. Cominciamo.
È morto Alex Zanardi. Pilota automobilistico, paraciclista italiano, un uomo che ha letteralmente consumato il suo corpo, la sua vita, immolandola all’azione. La sua esistenza è la dimostrazione che fino a quando c’è un pezzetto di corpo, un pezzetto di vita, si può fare di quel pezzetto qualcosa di unico, di grande, di enorme.
Non bisogna essere per forza tutti interi, e in fondo anche se non fisicamente e smaccatamente a pezzi, se non colpiti da una disabilità visibile, fisica, conclamata, a pezzi e smozzicati lo siamo un po’ tutti. Monchi, claudicanti, striscianti – magari abbiamo entrambe le braccia e le gambe e la testa tutta intera sulle spalle ma siamo a pezzi ugualmente. Difficile essere come lui: fatemelo dire, troppo faticoso. Ci vuole un attaccamento unico, una tenacia per me impossibile da immaginare (sul mio corpo), ci vuole una forza d’animo sovrumana. Solo Zanardi ce l’aveva, e questo ci lasciava e ci ha lasciati sempre a bocca aperta.
Zanardi nell’immaginario collettivo è l’uomo che non molla, l’uomo di Sisifo, l’uomo di Icaro, è un essere mitologico la cui metà mancante non è un ostacolo, ma anzi è tutte le metà possibili del mondo, e quindi Zanardi non è mezzo uomo ma è mezzo moltiplicato infinito.
Affabulatore, motivatore, infaticabile rampicatore dell’esistenza, Zanardi ha dimostrato che la posizione di partenza (in un viaggio, in una gara, in una vita) letteralmente non conta nulla, ma conta in qualche modo solo dove arriverai. Non è importante se parti strisciando: strisciare è un movimento, e in quanto movimento è nobile, questo ci ha detto Zanardi.
Alex Zanardi che nemmeno un camion l’ha fermato, in fondo, in quel suo ultimo terrificante incidente. La sua testa contro il predellino. Ma il camion e la morte hanno dovuto aspettare che lui si concedesse e si congedasse.
Uomo infaticabile, tempra bolognese inossidabile, quel sorriso, quegli occhi, quella potenza tutta dal basso, dal centro della Terra. Zanardi si poteva chiamare solo Alex di nome e solo Zanardi di cognome. Le sue molteplici vite e dimensioni alla fine si pressavano in due, Zanardi personaggio da fumetto, Zanardi paff… bum, per dirla con Dalla.
Io guardando le sue foto in tuta, con l’abbigliamento sportivo, da sempre mi sono soffermato sui brand degli sponsor riflettendo sul rapporto di quel denaro in forma di logo e il corpo dello sportivo. Anche se Zanardi non era tutto intero, su quel suo corpo così prezioso per il marketing, su quelle sue tute che ricoprivano e accompagnavano l’uomo nelle sue avventure, il segno del capitale era riuscito comunque a trovare lo spazio – sulla spalla, sul pettorale, sul casco, come se l’assenza delle gambe fosse l’occasione mancata di aggiungere altri brand. Alex come un cartellone pubblicitario incompleto, e anche in questo suo essere brandizzato l’ho trovato sempre affascinante.
Il corpo di Zanardi un corpo ballardiano, un corpo cronenberghiano, modificato da un incidente mortale su una monoposto, una situazione disperata che gli fece ricevere l’estrema unzione, 17 interventi, 7 arresti cardiaci, leggende narrano che avesse meno di un litro di sangue nel corpo o che ne avesse perso almeno il 75% – Zanardi risorge da supereroe, e nella fusione ballardiana e cronenberghiana tra uomo e macchina, tra uomo e tecnologia una volta tanto è la macchina a guadagnarci.
Zanardi è una Venere di Milo al contrario, e quelle gambe assenti lo hanno portato di corsa nel mito, di salto nella storia, la sua storia, la nostra storia.
Nel non esserci affatto le gambe di Zanardi hanno realizzato la volata, lo sprint che hanno reso Zanardi quel che era, come se Zanardi fosse stato il personaggio di un cartoon, in cui per la velocità con cui il personaggio corre – o si prepara a correre – le gambe diventano un turbine indistinguibile, e letteralmente scompaiono, tanta è la potenza. Inutile vederle, inutile che ci siano.
E tanta è stata la potenza di Zanardi, che se avesse avuto le gambe sarebbe stato troppo per il mondo, probabilmente.
E oggi il Resoconto è così, semplice, breve, quasi come un minuto di silenzio.
Ah, Zanardi mi ha sempre fatto pensare a questa canzone di Lucio Dalla.
Buon cammino, camminanti.



Forza, tenacia e dedizione, altrimenti non si va' avanti,il tutto compatibilmente con le proprie possibilità, questo ci vuole quando si e' disabili di nascita o divenuti,ed io, per fortuna o purtroppo lo sono( semicir), e questo dico spesso quando in contesti reali o virtuali, parlo di disabilità e Zanardi ha voluto dimostrare proprio questo.
Per il resto, detesto i " mi dispiace ", ne ho ""subiti" troppi, mi hanno stancato anche perche' non risolvono nulla, bisogna andare avanti,e ormai li percepisco come formule vuote, quasi preconfezionate, messe li per trarsi d'impaccio e lavarsi la coscienza, e spesso neanche veramente sentiti, perche',banalmente, essere disabili e' dura,preferisco gli abbracci, sono piu' veri, piu'sentiti e piu' fisici, dal mio osservatorio sul mondo, da disabile la vedo cosim
Come dice e scrive sempre Giorgio Terruzzi ricordando il 1° maggio 1994, morte di Senna: non siamo mai pronti per la morte del “capo”. Il capo, l’eroe, il protagonista del film, non muore, non può morire. Questo rifiuto della morte giunge al parossismo con Zanardi, semplicemente perché Zanardi era già “morto” nell’incidente del 2001 e quindi, in quanto “risorto”, nessuno di noi poteva, può accettare che muoia di nuovo. S’è mai sentito parlare di seconda morte dopo la resurrezione?
Un amico regista mi raccontò della prima volta in cui conobbe Zanardi, su un set, durante la pausa pranzo. Mai visti prima. Li presentarono e subito, dopo lo scambio dei nomi e la stretta di mano, Zanardi gli disse, riferendosi al pranzo: “Vabbe’, mettiamo le gambe sotto il tavolo? Ah già, io non posso”. Un abbraccio che era anche uno schiaffo, come certe manovre in circuito. Epifenomeno del gigante che era. Che fu. Anzi no. Che è.