Infinito presente
La realtà di oggi come flusso di serialità senza fine.
Oppressione kafkiana sulla mia testa. I soffitti bassi di Touch of evil di Orson Welles [L’infernale Quinlan], la macchina da presa piazzata là sotto, i cattivi sono enormi, il peso del mondo grava sugli esseri umani, Epepe di Karinthy in cui un giorno senza linguaggio rincorre lo stesso identico giorno anch’esso senza linguaggio, comunicazioni vuote, solo muoversi infinito di flussi umani, fare fare fare, edificare lavorare produrre consumare crepare. La consapevolezza dell’impossibilità di fuggire dalla storia, di sfuggire alla storia, la grande intuizione che la macchina sociale è truccata per diventare un loop perverso – L’indagine e Todo modo di Elio Petri.
Oggi vado così, oggi vado a braccio. Voi avete consigliato i Resoconti Terrestri a qualcuno in grado di decifrarli? Fatelo, arriviamo a 500 iscritti, proviamoci – è gratis, è libero, è un punto di ritrovo del pensiero contemporaneo e immediato:
E allora pensiamo, riflettiamo su questo senso di pressione kafkiana sulla mente, sulla coscienza, sul cuore.
Questi nostri che stiamo vivendo sono giorni di comunicazioni ridondanti, flussi di informazioni che cominciano e non finiscono, storie che non si risolvono mai. Linee narrative che principiano a un certo punto nel continuum di uno specifico presente e che non trovano mai una confortante risoluzione: viviamo nell’ansia prodotta da un tempo freezato infinito e chissà come mai aspiriamo pure a essere centenari, immortali, come se non ne avessimo mai abbastanza di questo loop esistenziale.
Spieghiamo, srotoliamo la matassa del pensiero, vediamo di raccogliere il principio, la testa del filo.
Siamo alla stagione 4 di Guerra In Ucraina, alla stagione 25 di Sanità Pubblica, season 34 di Denatalità, stagione 1 di Guerra In Iran, season 19 di Garlasco, stagione 3 di Palestina, stagione 33 di Disoccupazione Giovanile, 40 di Giustizia Italiana – avete capito cosa intendo. Aggiungetene altre voi.
Viviamo nell’infinito presente delle storie che non si risolvono, eppure le storie vengono narrate perché approdino a una conclusione, è questo il gioco degli esseri umani intorno al fuoco che si raccontano la battuta di caccia, le storie devono trovare una fine altrimenti sale l’angoscia, cresce la frustrazione, perché la fine è quella cosa che fa stare bene chi le racconta ma specialmente chi le ascolta, chi le riceve, che in teoria alla fine della storia si porta a casa un piccolo tesoro, una conoscenza, una nuova consapevolezza.
Nell’infinito presente la consapevolezza è quella invece che nulla cambi, che nulla si evolva, che niente migliori – i problemi stanno lì e non si risolvono.
Nell’era delle piattaforme streaming noi umani abbiamo acquisito e anzi siamo diventati il modello narrativo della lunga, lunghissima, infinita serialità: le storie cominciano, i brodi vengono allungati grazie e in base alla portata del successo della serie, i talk approfondiscono il nulla, le notizie balzano in cima al feed seguendo la scia del clamore, ma nulla si risolve mai e veramente, al limite il broadcaster non crede più nel prodotto e lo mette in basso, lo fa scivolare giù nella home, come la season 4 di Guerra In Ucraina, che adesso non tira molto, ma nemmeno è finita; oppure Crisi Migratoria, siamo almeno alla 47esima stagione ma sta in basso insieme alle repliche di The Nanny e ai poliziotteschi di Prime Video.
Venitemi dietro, ragioniamo, tentiamo, troviamo il modello narrativo del presente, è quello che stiamo cercando di fare in questo Resoterra.
Il Novecento si è presentato nelle sue forme filmiche: è stata una narrazione chiusa, una drammaturgia aristotelica in tre atti con confortanti inizio-centro-fine, le guerre hanno trovato una loro soluzione, e ci siamo accontentati anche di quelle apparenti, ma almeno ci sono stati dei tavoli e dei trattati; i problemi sociali ed economici sono stati affrontati con delle riforme; i conflitti sociali, quelli insormontabili, sono diventati rivoluzioni, catartiche rivoluzioni – sentite il suono della parola, che grande parola è rivoluzione –, il mondo è insomma andato avanti, questo è il pensiero che mi tormenta quando penso all’oggi: oggi invece è un presente infinito, uno stallo. Presente infinito e fermo.
A questo loop dell’infinito presente gli esseri umani si sono abituati. O meglio, adattati. Ci abituiamo ai problemi permanenti, fanno parte del racconto che accompagna la forchetta alla bocca, del suono della masticazione, li consumiamo come consumiamo tutto il resto, li inghiottiamo a pezzetti o tutti interi, non per nulla i tamburi battono insieme alla nutrizione, a colazione e all’ora di pranzo e all’ora di cena, e quando il pasto finisce basta sospendere le trasmissioni, tanto sappiamo che saranno sempre lì, disponibili, le nostre serie infinite che continuano in eterno.
Nessuno si aspetta più la soluzione a niente, l’ansia iniziale dovuta al mancato finale di una storia diventa routine narrativa. E i media commerciali amano le storie infinite, perché sono perfette per il sistema economico mediatico: producono aggiornamenti continui, generano un loop di dibattito permanente, non richiedono lo sforzo di una chiusura, sono dei perfetti riempitivi del flusso delle 24 ore. Il caso Garlasco parla per tutti gli altri, ma abbiamo detto che non si tratta solo della cronaca, è il grande tutto irrisolto. Esiste anche la season 17 di Cambiamento Climatico, siamo alla stagione 11 di Emergenza Carceraria, alla 22 di Precarietà Del Lavoro e alla 14 di Prezzo Delle Case Al Centro/Nord.
Gli esseri umani hanno interiorizzato questa forma narrativa. E se nessuno si aspetta più la soluzione, il sistema non ha più motivo di produrla.
Quando smettiamo di pretendere una fine, la storia può continuare per sempre, all’infinito.
In questo quadro il sistema politico pasce e cresce, perché è perfetto per le intenzioni di chi vive di politica. Gestisce. Gestisce invece di risolvere. I problemi vengono presentati come strutturali di un passato remoto che l’umanità ha sepolto, dimenticato. E poi, specialmente, sono economicamente appena gestibili ma di certo non risolvibili; questo perché non conviene al sistema politico affrontare i problemi, e men che meno chiuderli: risolvere un problema richiede grossi investimenti economici, vanno alzate le tasse, si scontenta l’elettorato di quella campagna (permanente, infinita anch’essa) che è la politica dei partiti, invece la gestione permanente della crisi, delle crisi, è essa stessa la ragione dell’esistenza della classe politica. In questo modo ha un senso per tutti, elettori ed eletti, la persistenza di una parte della società che si occupa della cosa pubblica e dei suoi infiniti, interminabili problemi. Cantieri che non vengono e non verranno chiusi mai.
Ed eccoci al loop storico: problema, indignazione, dibattito, promessa di una soluzione, dissolvenza o scivolamento in basso del detto problema nel feed o nella home della piattaforma streaming della realtà, un canale che potremmo chiamare Mondo Vision, ammesso che non esista già.
Poi all’occorrenza si riparte.
La sensazione è che non viviamo più nella storia – quella reale, quella drammaturgica – ma viviamo nella manutenzione infinita del presente, dove il tempo non scorre, si aggiorna.
E non riguarda solo le notizie o la politica. Riguarda anche la cultura.
Pensiamo alla letteratura, al cinema, alla musica, alla tv (che non è quasi mai cultura ma prodotto): tutto è diventato un ritorno continuo, un loop nostalgico che si avvolge su sé stesso. I romanzi mainstream ripetono ossessivamente gli stessi temi, battono sugli stessi stili piatti facendosi cronachismo di un reale presunto e defunto, gli universi narrativi si espandono all’infinito come franchise, i film sono sequel, remake, reboot, prequel, spin-off, crossover, espansioni di universi già esistenti. Le storie non finiscono più, vengono aperte, riaperte, riparate, riutilizzate, riavvolte come nastri avanti e indietro.
Anche la musica gira su sé stessa. Campionamenti, revival, reunion, anniversari, ristampe, tournée celebrative di dischi usciti quarant’anni fa. Intere generazioni crescono dentro un archivio sonoro già compiuto, già sentito, lontano da quasi ogni forma di sperimentazione (questo vale anche per sorella letteratura e fratello cinema) e invece di produrre nuovi mondi tornano continuamente a rovistare nel magazzino del passato.
È come se la cultura stessa fosse entrata in modalità riproduzione automatica, un’enorme playlist che viene decisa dall’algoritmo per nostra pigrizia e perché non ci va più di ascoltare un disco intero. «Ehi Siri, fammi sentire quello che mi piace», ma ovviamente quello che mi piace l’ho sentito già. Non so se mi seguite. Anzi lo so, mi state seguendo, avete presente la sensazione, quella sensazione. È la pressione kafkiana che ormai si proietta dall’interno, non è solo una pressione dell’esterno, dei sistemi. Il sistema siamo noi e i nostri corpi e anime.
Il presente non inventa più davvero, riorganizza ciò che esiste già, e non è solo postmodernismo, perché il postmodernismo è stato sommerso anche lui dal loop del presente infinito.
Tutto scorre in un eterno presente culturale dove il passato non passa mai davvero e il futuro non comincia mai davvero.
Anche qui funziona la stessa logica della serialità infinita, e invece di chiudere una storia, la si prolunga. Torme di scrittori e scrittrici scrivono tutti lo stesso romanzo da anni, lo scrivono all’infinito, senza posa e senza vergogna, e invece di creare qualcosa che finisca tengono aperto un universo narrativo il più a lungo possibile, globale, condiviso: stagione 80 di Poliziotti Pittoreschi In Luoghi Pittoreschi, stagione 13 di Donne Che Si Emancipano, season 23 di Autofiction & Patetismo, insomma – sapete di che cosa sto parlando.
Ah, la fame che abbiamo di soldi, ragazzi; il capitale che ci ha sedotti edotti indotti a produrre roba solo per le sue fauci, ci ha portati alla morte del gesto artistico, culturale, rivoluzionario – com’era bella la parola rivoluzione, ricordate?
La cultura non produce più finali. Produce aggiornamenti, piccoli update, timidi upgrade.
Mi chiedo, onestamente: io ne sono esente? Spero di sì, sicuramente nelle intenzioni. Credo ancora nell’arte, è una parola che non ho paura di pronunciare, anche se il capitale l’ha volutamente bannata dalle voci che scandiscono le regole per una vita felice.
Il mio romanzo L’Oltremondo si conclude con una parola che vuole essere il titolo del suo seguito: oltrestoria, L’Oltrestoria. Non so se scriverò mai quest’altro libro – adesso sono incatenato dalle mie Gorgoni di Sicilia, urlanti, ululanti, mostruosamente disperate – e anche la scrittura è un cantiere infinito che non si risolve mai, ma parlerebbe proprio di questo infinito presente di oggi, di questa newsletter infinita che voleva essere una riflessione sulle stagioni della realtà ma che è stata anche una confessione.
Buon cammino, camminanti. Vi lascio con Franco. Fa sempre bene ascoltare Franco. Specialmente di questi tempi in cui non succede più nulla di fatto e finito. Lui sì, Franco, infinito.








Orson Wells,The nanny, un Battiato d'antan che fa' sempre bene, vedere una guerra come una serie tv alla quarta stagione, GENIALE!
Spero davvero di potervi rivedere, ho come l'impressione, magari tutta mia e sbagliata imtendiamoci, che non finiremmo piu' di parlare...
E fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear...🤣🤣🤣
Dai un'abbraccio dolce e sentito a Selenia da parte mia.
Ti seguo su: “Troviamo un modello narrativo” per questa iperserialità paradossalmente sterile eppure ridondante. Mi fa risuonare l’assurdo, pure comico, ma sempre tragico, dal primo minuto all’ultimo, di “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”. Siamo personaggi minori di una tragedia. Siamo stati convocati a corte inutilmente. Non salveremo il protagonista. Non salveremo neanche noi stessi. Cercheremo, invano, di capire chi siamo, nel tempo che ci hanno riservato.