Handjob culturale
Diritti, onanismi e piagnistei degli intellettuali nell'era della morbida distopia.
Se i Resoconti Terrestri ti piacciono, falli girare. Inoltrali a una persona che pensi potrebbe apprezzarli: è così che il manuale di sopravvivenza alla morbida distopia cresce, un terrestre alla volta.
Call to action fatta. Cominciamo.
Allora, sto scrollando il Facebook come il 48enne che sono, e lo sto facendo per insonnia, per noia e in parte per cercare l’argomento per questo Resoterra.
Sto lavorando a regimi mozzafiato, finisco spesso e volentieri a mezzanotte con infilate di tredici ore di lavoro fisso, e negli ultimi due giorni ho avuto pochissimo tempo per me, per le mie cose, per mia moglie e per pensare a cosa scrivere qui come cronista della morbida distopia.
Poi sabato notte, tornato dagli studi di registrazione, nel buio della mia stanza (quando si lavora tanto si fatica a dormire) mi imbatto in un post ricondiviso da un mio contatto: è lo sfogo di uno scrittore, giovane, con direi una medio/alta visibilità e che firma editoriali in diverse testate, anche se spesso questi editoriali risultano vagamente monoargomento: quanto è dura vivere in quella sua città dove vive; quanto è dura trovare casa in affitto a un prezzo decente in quella città che si è scelto per vivere; quanto è dura esistere se non si è calciatori o broker finanziari in quella speciale città in cui tira a campare e fatica ad arrivare a fine mese.
Nel post lo scrittore lamenta una cosa precisa e allega uno screenshot del suo conto in banca: a fronte di un migliaio di euro di uscite ha guadagnato solo una quarantina di euro. Il lavoro culturale che fa, dice, quello che lo vede impegnato a scrivere, spinto dalla vocazione e dalla passione appunto per la scrittura, non gli dà da vivere dignitosamente.
Chiaro che nel Facebook parte la polarizzazione e io mi bevo un po’ di commenti di signori con la tinta ai capelli color Calzanetto e signore con trentadue gatti in casa che leggono tutte le uscite di Einaudi con una figura femminile in copertina.
Subito si allineano le zie, le mamme, i nonni: povero, ha ragione. All’epoca mia blabla Pasolini blabla Flaiano blabla Fallaci blabla Bianciardi, cose da pazzi che succedono di questi tempi, che il lavoro culturale davvero oggi non è riconosciuto e non gliene frega niente a nessuno di pagare la gente per scrivere libri, per gli articoli sui giornali, per presentare i libri [più quelli degli amici che degli sconosciuti], per scrivere approfondimenti [su quella amata/odiata città] per fare sostanzialmente l’intellettuale, e questo è ingiusto, è sfruttamento – perché pagare il dentista e lo scrittore no?
Ci sta tutto. Anche con il frasario signoramia le varie motivazioni a sostegno della tesi «povero scrittore» sono sostanzialmente giuste.
Perché il lavoro culturale andrebbe pagato. Andrebbe. Perché nei fatti non è pagato e non credo che le cose andranno a migliorare, considerando la gianna che tira.
E torniamo quindi ai freddi polari, ai commenti al post.
Dall’altro polo parte il bombardamento. Sono i nemici dell’arte e del «povero scrittore». Sono quelli dello «scrittore povero vaffanculo». È tutto un fiorire di Maicol Pirozzi che sbraitano dicendo al giovanotto di trovarsi un lavoro vero, serio, dove lavoro vero si tradurrebbe in lavoro produttivo per il sistema capitale, e cioè un lavoro che crei ricchezza per l’entità che ti paga per svolgere quel dato lavoro. I Maicol Pirozzi dicono che non è che gliel’ha detto il medico che deve scrivere, che la vocazione e la passione non sono sufficienti per portare il piatto di minestra in tavola, bisogna spaccarsi la schiena, sudare, ed è anche inutile lamentarsi perché non gliene frega niente a nessuno delle sue lagne e del suo conto in banca.
Io da che parte sto, mi sono chiesto. Diciamo che pubblicare lo screenshot del conto in banca, mah, mi pare una cosa inelegante. Ma è gusto mio, io che ne so. Io vado in giro in jeans e t-shirt nera. Oggi forse usa.
E comunque io da che parte sto? Povero scrittore o scrittore povero vaffanculo? Né l’una né l’altra. Diciamo in mezzo. Almeno: questo mi sono detto. Più o meno. In mezzo intanto perché non mi piacciono le lagne e il vittimismo, per quello c’è già la destra estrema italiana; e poi perché è vero e reputo sacrosanto che il lavoro culturale andrebbe pagato. E non solo nei sogni. Andrebbe pagato perché in teoria produce cultura, e la cultura porta avanti il mondo anche se non ce ne accorgiamo.
Ma poi mi sveglio e vedo il mondo com’è, e chi produce cultura (e anche qui ce ne sarebbe da discorrere, sul senso della parola cultura, proprio, e delle personalità che produrrebbero cultura, ma va bene) dicevo chi produce cultura in questo sistema economico non viene pagato e difficilmente verrà pagato (se non dall’ente pubblico), e non so che tipo di intervento si possa fare per cambiare le cose. Francamente credo nulla.
Succede agli attori, ai comedian, ai fotografi, a chi vorrebbe fare cinema o teatro, ai poeti, ai pittori, agli scultori, agli artisti in genere — e allora perché diamo per scontato che l’attore debba fare il cameriere in un locale a via di Pietralata e lo scrittore no? Ripeto: io non credo che sia giusto così, ma è il sistema, bellezza. E il sistema non reputa arte e cultura degne di un compenso adeguato. Allora io dico: fotti il sistema, baby. Non ti abbandonare al vittimismo, che non è bello da destra e non è bello manco da sinistra.
Lo so, c’è forte disillusione in me e intorno a me. Ma tant’è. Stiamoci.
And more, much more than this, I did it my way
Ora vi racconto parte della mia storia, sperando che la mia storia possa parlare per me e di tirarmi fuori dalla maledetta polarizzazione.
Io a vent’anni volevo scrivere. Scrivere e basta. Studiavo Scienze Politiche a Bologna, vivevo la mia bella vita dello studentello fuori sede, suonavo, leggevo, scrivevo (molto, molto, molto).
A ventitré anni avevo già capito che la scrittura in Italia non ti paga le bollette. Subito dopo mi sono scelto un mestiere: e da più di vent’anni, a parte qualche sempre più sporadica sceneggiatura, faccio l’autore tv.
Ho realizzato reality, talent, talk show, programmi di infotainment, docu-reality, people-show, game show, programmi comici, programmi strappalacrime, dating, approfondimenti, anche il fenomeno The Traitors uscito di recente su Amazon Prime Video: il mio cv è su LinkedIn, trovate pure il mio percorso di studi matti e disperatissimi.
Ho lavorato in produzioni piccole e in produzioni grosse, molto grosse, con budget milionari e ritmi da impazzire. È un lavoro che se stai in registrazione fai tranquillamente 80 ore a settimana. E sono una partita iva, con tutti gli annessi e connessi fiscali.
Mi sono sempre detto: farò come Faulkner, Edward Hopper da ragazzo, come John Fante e Ray Bradbury e tanti altri miei miti (sono uno che vola basso, sì).
E il mio – come il loro – è un lavoro che il sistema reputa produttivo: nel senso che grazie alla mia consulenza, ai ritmi mortali, alle cose che ho imparato e in qualche modo ai miei gusti e alle mie conoscenze anche al di fuori della materia puramente televisiva, il capitalismo ritiene che io sia degno di un compenso.
Nel mio lavoro di autore tv non c’è passione, non c’è vocazione, non c’è nulla di nobile (se non cercare di farlo bene per la gente che guarda i prodotti, ma non sempre si riesce), non c’è niente di romantico. È divertente, a tratti, questo sì. E la gente non è così male come si può pensare. È peggio. Scherzo. C’è tanta gente brava e intelligente e simpatica nella tv.
Ma rimane una seconda scelta, nella mia vita. Non è mai stato il lavoro dei miei sogni. Il lavoro dei miei sogni è essere una ricca ereditiera. Non è accaduto e va bene. Però quello dell’autore tv è un lavoro produttivo e con cui mi pago da vivere. È divertente e poi perché no ed eccomi qua a quarantotto anni a scrollare il Facebook stanco morto e senza argomenti per il mio Resoterra.
La tv (e oggi le piattaforme ma qualsiasi produttore di content audiovideo in generale) è una macchina che genera ricchezza, stipendi, in parte diritti, professioni. Anche molte frustrazioni, tachicardie, aritmie, ansie, depressioni e problemi vari.
Il ragazzo di circa ventitré anni che ero ha fatto presto a capire che la letteratura non avrebbe prodotto il cash. La letteratura socialmente forse genera status. O illusione. O entrambe le cose. Ma soldi pochi o niente, specialmente se non scrivi roba commerciale (e in quel caso io dico che è narrativa, non letteratura).
«No, sei un eroe!»
La letteratura io la faccio per me. Mi alzo ogni mattina molto presto, mi metto a ragionare o scrivere o mi dedico alla storia che sto scrivendo in qualche modo (anche leggendo, studiando, approfondendo, semplicemente pensando davanti a una finestra), poi verso le 10 mollo lo scranno e mi connetto con il mondo produttivo, quello che mi paga le bollette e il piatto di minestra sul desco. Se mi rimane tempo e forza metto altra scrittura in mezzo alla mia vita di autore tv durante le ore serali, notturne, alle 00:17 di adesso mentre scrivo questo pezzo. Non sempre mi riesce, ma ci provo.
Sono un esempio da seguire? Non credo. Ma ho trovato un equilibrio. Ho rinunciato alla visibilità sui giornaloni che ti pagano 10 euro a pezzo (se guadagni dei soldi veri 10 euro a pezzo glieli dai tu ai direttori per non pubblicare quella merda che pubblicano), ho rinunciato a scrivere il romanzo per tutti, scritto con il righello dei romanzetti, che si candida a diventare una fiction Rai (faccio ricerca letteraria, lo ripeto perché questo è il senso di quello che faccio e lo faccio per scelta e liberamente), mi reputo uno scrittore anche più puro e indefesso di coloro che hanno scelto la scrittura come unica forma di reddito. Coraggiosi, ma anche no. Perché così io scrivo quello che mi pare, siano romanzi o Resoterra, faccio perfettamente quello che mi dice la testa, che mi appassiona, che mi rapisce; leggo quello che mi piace, scrivo quello che reputo politicamente e artisticamente necessario per il me inserito nel mio tempo, seguo davvero la mia vocazione, ascolto la mia voce e cerco di costruire per i lettori il mondo che questa voce mi sussurra.
Non vivo di cultura, perché faccio la tv, e la tv quasi mai è cultura: vivo nella cultura, nel mio mondo culturale, in cui l’ingresso è gratuito perché nel club ci sono io e pochi altri con cui discorro, voi che mi leggete, altra gente che regge il carico. Vivo in un mondo in cui non devo nettare le natiche a nessuno, in cui non vado a fare la questua per uno spazio in un giornale o per la candidatura a un premio. E mi sta bene così, perché è un lusso, e mi permetto questo lusso accompagnandolo pure con qualche buona bottiglia di vino.
Ripeto, sono un esempio? No.
E questa domanda mi ricorda la barzelletta su Mussolini che issato dalle sue truppe ripeteva «Mi avete preso per un coglione!», e tutti a rispondergli «No, sei un eroe!».
Il lavoro culturale non è un diritto, purtroppo.
E purtroppo non è un diritto di questo mondo e sistema economico fare quello che ci piace. Fosse per me, lo sarebbe. Ma agli atti non lo è.
Però il lavoro culturale è una possibilità. E come tutte le possibilità, ha un costo.
Se nasci ricco, puoi permetterti di fare il filosofo, è stato così sin dall’alba dei tempi. Chi non può permetterselo, deve trovare un modo per pagare il prezzo della possibilità.
Il mio conto culturale lo salda la tv. Io ho fatto così. La tv per campare, la scrittura per vivere.
E non è una questione di talento o di merito, ma di sopravvivenza. Non dimentichiamo che là fuori c’è la morbida distopia: ci sono le macchine di Terminator e di Arc Raiders che vogliono sterminarci. Bisogna essere delle blatte per sopravvivere, non delle anime candide.
E finché continueremo a confondere la passione con la rendita, continueremo anche a lamentarci del lavoro culturale invece di costruirne uno vero. Continueremo a scrivere articoli pagati 10 euro che vorrei capire quale tipo di cultura si fa con queste che spesso sono poca (pochissima) cosa, culturalmente parlando (d’altronde li vendi a 10 euro), ci lagneremo del lavoro culturale sottopagato invece di pensare davvero alla cultura e farla per passione, con gli occhi fissi su quella scintilla che illumina elettrica il cervello umano nel buio dei tempi che viviamo.
«Mi avete preso per un coglione!» diceva Mussolini ai suoi, la mascella prominente, gli occhi sbarrati sulla visione del futuro o perché gli stavano tirando la pelle dello scroto.
«No, sei un eroe!», gli rispondevano in coro gli italiani.
Oggi va così. Ma il Resoterra l’ho scritto. E quindi oggi va bene.






La libertà ha un costo, tu l'hai capito a 23 anni, tanto di cappello👏
McCarthy diceva di aver lavorato tantissimo per non lavorare e scrivere.
Lavorare per poter scrivere, scrivere quello che si vuole, come si vuole, ha il potere liberatorio del fuck off money di Taleb ma questo è troppo complicato per il post sui social dello scrittore tipo.