Buon Nasale
Sette doni sotto l'albero della morbida distopia.
Ah, il Natale.
Per noi emigrati, per noi gente del Sud partita per il Nord alla ricerca di una collocazione nel mondo, professionale o artistica, o anche semplicemente umana, il Natale è misurabile nell’angoscia del ritorno e della ripartenza (un morso al cuore e alla gola ci stringe tutti, indistintamente, quando alla fine delle festività mettiamo il piede nell’auto che per l’ennesima volta ci stacca da casa).
Avevo appena diciotto anni quando sono andato via da Vittoria, la città paese dalle 60.000 anime, isola nell’isolata provincia di Ragusa dell’isolata Sicilia dell’isolato Sud. Odi et amo. Fuga. Quindi Bologna, poi due anni a Torino, poi il ritorno a Bologna, poi qualche breve parentesi in giro, poi Roma.
E Roma sarebbe diventata la mia città, per più di vent’anni, e anche oggi lo è.
Roma. Perché Roma è una città del Sud. Caotica, venduta, vacca da mungere, i ministeri, il viavai di regolari e irregolari, i pendolari, sempre bestemmiante – mai meglio raccontata se non dal riminese Federico Fellini [fare abbondanti sciacqui con collutorio quando si parla di Federico Fellini, grazie], in quella Roma impossibile da afferrare, il mio elenco che prende la forma del Mamma Roma Addio di Remo Remotti, Roma atomica, questo infinito mare che è la sua luce, ruderi e monnezza, la Roma cyberpunk di Ranxerox, Roma sempre sublime, sempre, nella doppia accezione: sublime, sotto il confine dell’umano, oltre il suo limite; sublime, che ascende di traverso (limus, obliquo), e quindi si eleva in modo storto - quanto sei storta, Roma mia – ma irraggiungibile.
Roma come casa. Impossibile anche per i romani, figuriamoci per il terrone.
E il migrante poi non si sente mai a casa sua, almeno, non io. Siamo viaggiatori sul tapis roulant della Storia, la valigia sempre in mano, il mondo compresso dentro a un computer portatile, artisti per forza, perché portiamo tutto in testa e nel cuore, sempre un po’ malinconici e malconci, sempre musicisti, sempre barzellettieri, sempre lo sguardo languido – troppe volte mi sono chiesto e mi chiedo se sia valsa la pena affrontare tutto intero questo lunghissimo viaggio che non finirà mai, e so già che altrettanto mai lo saprò.
I doni di Natale
Il mio dono per Natale è scappare un po’ al Sud, ritorni completi e ritorni parziali – succhiare quella luce del cielo del Sud; le facce e gli occhi della gente del Sud, la stanchezza, la paura, la genialità in una risata sola; quella paura che ci fa quel mare chiaro eppure scuro, enorme, che la paura del Dio Mare è uguale a Genova e in Sicilia, in Calabria e in Puglia e a Marina di Pietrasanta; i dopopranzo del Sud e gli aperitivi prima del pranzo a Sud; quello schiaffo forte che ti molla il Sud ogni volta che lo devi lasciare, ma sai già che tu sei quel tipo lì, ti vedi, sei quello con la valigia in mano e tutto il mondo ficcato dentro al Mac mentre spalle basse ti fai portare dal tapis roulant della storia, la tua piccola storia.
I doni sotto l’albero della morbida distopia
Natale arriva per tutti, quindi, anche per chi non crede nel Natale, nel bambinello, nei Re Magi, nel bue e nell’asinello, e come sempre porta con sé un mucchio di doni, cianfrusaglie, buoni Amazon (io ne regalo uno da 50€ a te, tu uno da 50€ a me: a ridere è solo Jeff Bezos), cinture da riciclare, calzini, maglioni troppo stretti perché è passato un anno da che non ci vediamo, montagne, isole, intere regioni di oggetti del consumo che non servono fondamentalmente a nessuno.
E oggi, dal mio osservatorio qui nel deserto della morbida distopia, vedo che sono stati recapitati dei bei pacchi ai terrestri noti e ignoti di questo mondo.
Facciamo questo gioco e poi andiamo a mangiare, la tavola imbandita ci aspetta.
Avanti. Andiamo con l’elenco. Sette doni sotto l’albero della morbida distopia.
1. Gli Epstein Files censurati per Donald
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha iniziato a pubblicare migliaia di pagine dei cosiddetti Epstein Files, fotografie e documenti relativi alle indagini sul finanziere Jeffrey Epstein.
Tra i materiali resi pubblici ci sono foto di Epstein con figure celebri come Bill Clinton, Michael Jackson, Noam Chomsky, Sarah Ferguson, l’ex principe Andrea e altri, una galleria alla Madame Tussauds, ma le copie disponibili mostrano pochi riferimenti dettagliati a Donald Trump, nonostante fosse noto che Trump conoscesse bene Epstein. Omissis, molti, troppi. Ben 16 foto sono scomparse nottetempo dal sito del Dipartimento di Giustizia.
La legge federale Epstein Files Transparency Act – approvata dal Congresso e firmata controvoglia da Trump – imponeva la pubblicazione di tutti i documenti entro il 19 dicembre 2025, ma la diffusione parziale e le omissioni hanno suscitato non poche critiche bipartisan, si parla di una base repubblicana MAGA molto in subbuglio per questa sporca faccenda. Manifestano, sono quelli con i cartelli, con i forconi.
La rivelazione del 19 dicembre è quindi una non rivelazione. È il paradosso di una trasparenza comandata da una legge firmata dallo stesso Trump in cui però risultano assenti o secretati, guarda caso, gli elementi che riguarderebbero The Donald. Pam Bondi, Kash Patel, manine che coprono altre manine, non si sa. Ma questo dice molto sul funzionamento della trasparenza quando è autoprodotta dal potere che dovrebbe essere rivelato, denudato da quella trasparenza. È trasparente, il potere. È trasparente per propaganda, per marketing. Ma all’occorrenza è anche opaco, come certe vetrate degli studi legali di Manhattan o le docce in camera degli hotel a cinque stelle, che cambiano con un clic. Ci vediamo bene. Ma anche no. Lo decide il potere.
2. La chiusura dell’Askatasuna per i fratelli d’Italia
Il centro sociale Askatasuna di Torino, occupato dal 1996 e simbolo storico dell’autonomia antagonista, è stato sgomberato e sequestrato il 18 dicembre dalle forze dell’ordine italiane. L’operazione fa seguito alle indagini relative alle manifestazioni pro-Palestina di fine 2025, durante le quali sono stati registrati raid anche alla sede del quotidiano La Stampa. Lo stabile di Askatasuna, secondo la Prefettura, violava i termini dell’accordo di collaborazione con il Comune.
Il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che si tratta di un chiaro segnale dello Stato: «Non c’è spazio per la violenza nel nostro Paese». Il vicepremier Tajani ha detto che «assaltare un giornale è roba che accadeva ai tempi del nazismo». Parole concilianti. Il sindaco di Torino, Lo Russo, prima parla di «patto decaduto», poi tre giorni dopo si affretta a dire «Credo ancora nel patto», il patto tra la città e Askatasuna. Poche idee, molto confuse: la sinistra italiana.
Le destre comunque plaudono. Salvini usa le maiuscole e l’esclamativo: «RUSPE sui centri sociali covi di delinquenti!», pieno stile keyboard lion ripreso dal social della Lega – Salvini Premier in un raffinato composit in cui figura la foto di Matteo + Firma di Matteo + Un piccolo Alberto da Giussano + Una RUSPA in riva al mare o un lago [probabilmente il mare di Torino].
Gli attivisti contestano la misura come un attacco alle lotte sociali piuttosto che una risposta circoscritta a episodi specifici in effetti molto gravi, come l’insensato assalto a un giornale.
L’Italia quindi sgombera Askatasuna poco prima di Natale e lo vende come slogan di legge e ordine. Non è una discussione su un centro sociale o su un accordo scaduto di un patto amministrativo: è la gestione del conflitto politico trasformata in macchina da consenso, un contentino da destra a destra.
La chiusura non risolve le cause delle tensioni, le trasforma in spettacolo istituzionale, mediatico, televisivo, cerca di proposito il conflitto urbano e chiaramente lo trova, perché da un lato è un argomento su cui fare facile propaganda, e dall’altro c’è una parte degli antagonisti che cade facilmente nella trappola della guerriglia urbana, d’altronde quella frangia ha già dimostrato di essere dotata di una certa stupidità quando ha mescolato una pacifica protesta pro-Pal con l’assalto a un quotidiano. Troppo chiaro che lo sgombero si trasformasse in un conflitto violento da spammare a gran voce in tv e sui social.
Ma troppo facile anche dipingere gli antagonisti come una massa di gente con il casco che lancia pietre alla polizia. Lì in mezzo ci sono sacche di resistenza urbana, donne uomini ragazze isolate dal dibattito culturale, di potere; nei gruppi e nelle aggregazioni extrapartitiche si alimenta la cultura vera e necessaria della società, si soffia su un pensiero alternativo con cui si può non essere d’accordo ma che è essenziale per il respiro della democrazia, che si fonda sulla diversità di vedute, di vita. Troppo facile dipingere i centri sociali semplicemente come dei locali abusivi che non pagano affitti e tasse. Chi pensa che il centro sociale sia un business, non conosce il fenomeno, non sa quanto abbiano fatto per la cultura in questo Paese. Sarebbe il caso di parlarne in termini diversi.
3. Guerre infinite per i bambini del mondo
Immancabili, sotto l’albero spoglio dei territori devastati da anni di conflitti. Mentre qualcuno sogna ancora una Gaza che si trasformi prodigiosamente in un grande resort per i ricchi del mondo, i conflitti, il freddo, le pallottole, le bombe, i droni infuriano sulle teste delle povere creature affamate, spaventate, rincorse, persino rubate e deportate, come è successo ai bambini ucraini, il Consiglio d’Europa stima che siano circa 20.000 quelli sottratti alle famiglie e introdotti in Russia, Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health parla addirittura di 35.000 ragazzi scomparsi. Futuri soldati. Future spie. Futuri sicari. Un esercito di Manchurian Candidates cresciuti in un ipotetico odio per la madre patria, messi in quiescenza, risvegliati all’occasione.
Parleremo di guerra alla vigilia di Natale? Immagino che sembrerà un po’ maleducato, e allora forse se ne parlerà meno. Saremo tutti a bere e mangiare e la grande conversazione sui conflitti in Ucraina e in Medio Oriente – e nelle altre parti del mondo, ricordo che sono oltre cinquanta i conflitti attivi – verranno sospese, perché saranno fastidiose, ci rovineranno la digestione, ma intanto quella gente, quelle teste grandi e teste piccole, donne uomini mamme figli padri nonne nonni, quella gente rimarrà là, sotto le bombe e lo sguardo dei cecchini, terrorizzata dal ronzio di un drone che si avvicina, in mezzo alla fame e con il freddo dell’inverno che incombe.
Siamo così. È Natale. Ci prendiamo tutti una pausa. Aspettate qualche giorno, non morite tutti, per favore, poi torniamo da voi, abbiamo il flusso della comunicazione H24 da riempire, torneremo dopo il digestivo, promesso.
4. La riforma della giustizia per chi teme la giustizia
Il governo ha portato avanti una serie di interventi sulla giustizia: separazione delle carriere dei magistrati, limiti alle intercettazioni, stretta sull’abuso d’ufficio, riforma del CSM. L’impianto complessivo è stato presentato come garantista, ma ha incontrato forti critiche da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati e di una parte consistente della magistratura, che parla di indebolimento dell’azione giudiziaria e di tutela preventiva della politica. Il potere politico che trabocca su quello giudiziario che il costituente ha voluto compartimentato, e sappiamo bene il perché delle scelte del costituente.
Cioè, viene messo seriamente in crisi il principio dello stato di diritto che si basa sulla separazione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario.
La sensazione è che la giustizia non venga riformata perché lenta o inefficiente. Ma perché fa paura. Chi teme la giustizia riforma la giustizia. La riforma diventa un piede di porco. Apriamo questa scatola, smontiamola, svuotiamola, mettiamoci delle cose noi. Non per rendere più giusto il giusto, ma per renderlo innocuo.
È l’inizio della distopia del mio romanzo, L’Oltremondo. Uno Stato cambia assetto con una semplice riforma della giustizia. Succede. È successo.
Comincia tutto così, con una riforma come quella tentata da Netanyahu in Israele. Io dico: stiamo attenti. Stiamo molto attenti.
5. Salari fermi per i lavoratori
Secondo i dati OCSE e ISTAT l’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui i salari reali sono diminuiti negli ultimi trent’anni. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, mentre stipendi e contratti non hanno recuperato.
Lavorare non garantisce più una vita dignitosa. Lavorare.
Il dono è questo: lavori, ma resti fermo. Anzi: lavori, vai indietro.
È la volontà di incanalare il popolo in una povertà educata, pian piano abituarli, abituarci, a un disagio che cresce lento ma inesorabile, che non fa rumore e che non protesta, la gente va in fila a prendere il pane negli istituti di carità ma, per carità, freghiamocene.
Finché c’è la salute, diceva un vecchio adagio.
6. Tagli alla sanità pubblica per i malati
Liste d’attesa sempre più lunghe, aumento della spesa sanitaria privata, rinuncia alle cure.
I quotidiani nazionali raccontano da mesi un Servizio Sanitario Nazionale che arretra, e la gente lo vede, lo vive sulla propria pelle: meno personale, meno risorse, più disuguaglianze territoriali. Curarsi è diventata una questione di reddito, chi può permettersi la sanità privata lo sa bene, conosce la differenza. E anche chi non può, perché sempre più persone preferiscono indebitarsi per accedere alle cure private. Non possono aspettare.
Finché c’è la salute. Ma adagio.
La malattia oggi non è più un fatto collettivo: è una colpa privata. La salute non è una questione comune, di comunità, il corpo sociale è malato, per cui si salvi chi può. Se puoi sborsare vivi meglio. Se no aspetti. E magari nel frattempo crepi, così non ti dobbiamo manco pagare la pensione.
7. La cultura italiana marginalizzata, un regalo per tutte e tutti
Il settore culturale resta sottopagato e precario: fondi intermittenti, lavoro gratuito che viene mascherato da passione, politiche culturali episodiche, sporadiche, nulla, solo l’enorme spartizione di poltrone e poteri, un assalto al buffet senza precedenti, nella manovra finanziaria tanto discussa in questi giorni anche un emendamento sullo spoil system nelle Authority, altroché.
Mentre la retorica celebra la grande cultura italiana, il Made in Italy nel mondo, la cucina italiana come patrimonio Unesco – tutto bello, ma molte chiacchiere, perché chi produce cultura in Italia fatica a sopravvivere.
Consumiamo cultura ormai quasi solo sotto forma di intrattenimento, e segnalo che quella non è cultura, è prodotto. Un conto sono le opere, un altro sono i prodotti. E senza opere ci stiamo imbarbarendo e imbruttendo. Scansiamo l’arte, la complessità, non abbiamo tempo e voglia di capirla, non vogliamo approfondire, vogliamo galleggiare, rimanere in superficie. Il mercato e l’industria ci hanno rubato l’anima e noi gliel’abbiamo concessa come facciamo con i nostri dati quando ci iscriviamo a un social network: è gratis, chemmefrega. Ma la cultura ha un prezzo. E l’assenza di cultura ne ha uno ancora più alto, e ce ne accorgeremo tra un po’.
Per adesso non ci pensiamo, e trattiamo la cultura appena come un hobby.
Non le riconosciamo il carattere di motore del mondo sensibile; non pensiamo più che la cultura sia quella cosa palpabile che migliora il mondo, e quindi consideriamo chi la produce non come un lavoratore, ma come qualcuno che nel tempo libero si dedica all’arte, la parola artista come dileggio – lavorare è fatica, se non fatichi non lavori – come può essere lavoro immaginare, scrivere il presente, il futuro, il passato, l’uomo, sonorizzarlo, raccontarlo, dipingerlo?
Questo modo di pensare sta depotenziando le generazioni vecchie e nuove, le loro facoltà cognitive, sta sottraendo energia alla forza per scrivere il nuovo corso dell’umanità.
Ma è Natale. Checcefrega. Questo regalo lo riciclo l’anno prossimo per qualcuno che mi sta sulle palle. Magari quello lì, quello che dice di essere un artista. Pensa un po’. Buon Natale, artista. A te e famiglia.
Ed eccoli qui, i sette doni. Sette doni come i sette sogni di Vollmann.
I paesi si fondano e lastricano sul sangue degli esseri umani. Si portano in dono cimeli di guerra, teste mozzate, mani: la barbarie non è mai cessata, l’impero nemmeno, come diceva Philip K. Dick.
Io me ne vado a Sud. È Natale per tutti, anche per me.
Voi fate buon cammino, viaggiatrici. Ci vediamo presto.
La morbida distopia non va in vacanza.
Musica. Una cosa di Natale. Ma triste.
Com’è triste il Natale.










